La menta: nuovo alleato per il nostro fegato

Pubblicato il Febbraio 2, 2018 - Benessere

La pianta della Menta può essere utilizzata con funzione epatoprotettrice se impiegata in grandi quantità

I disordini del fegato come epatite B e C, epatiti autoimmuni e accumulo di grasso (steatoepatite non alcolica), sono molto diffusi tra le popolazioni di tutto il mondo.

Alcune di queste patologie, oltre che dall’eccessivo consumo di alcol o da droghe, possono comparire a causa dello stress ossidativo; una condizione in cui nelle cellule è assente o poco efficiente il sistema che elimina i radicali liberi.

Queste specie chimiche (i radicali liberi), quando sono in eccesso, danneggiano le cellule sane aumentando il rischio di disturbi cronici seri come: diabete, arteriosclerosi, cancro, disturbi neurodegenerativi, cirrosi del fegato e invecchiamento.
Poiché il trattamento di questi disturbi richiede cure particolari che comportano la comparsa di effetti collaterali, anche gravi, la ricerca punta a scoprire nuovi farmaci, contenenti derivati delle piante; che possano curare le malattie riducendo al minimo gli effetti collaterali.

Per contrastare l’effetto dei radicali liberi sul fegato, si testa principalmente la capacità antiossidante delle piante.
Il medicinale più utilizzato a questo scopo ha come principio attivo una miscela di flavolignani estratti dal Cardo Mariano, ma recenti studi hanno focalizzato l’attenzione su alcune specie di una pianta molto conosciuta, versatile e facilmente reperibile: la Menta.

Da secoli la Menta è utilizzata come rimedio popolare per il trattamento di coliti ulcerose, nausea, anoressia, bronchiti; toglie l’aria accumulata in stomaco e intestino, promuove la mestruazione, calma le contrazioni involontarie dei muscoli e il vomito; favorisce la sudorazione, è antinfiammatoria, analgesica, stimolante e anticatarrale.

Due test di laboratorio hanno avuto come obiettivo quello di provare la capacità epatoprotettiva della Menta, in particolare delle specie Mentha pulegium L. e Mentha x piperita L.

Nel primo esperimento, foglie fresche di M. pulegium sono state lavate, asciugate e messe a macerare in una soluzione di esano ed etanolo, in un bagno ad ultrasuoni.
Eliminato il solvente, l’estratto è stato testato su campioni di fegato gravemente danneggiato da stress ossidativo, per calcolare la sua capacità antiossidante e di inibire la perossidazione lipidica (reazione chimica in cui i radicali liberi reagiscono con i lipidi delle membrane cellulari danneggiandole irreversibilmente, con conseguente insorgenza di patologie).

I risultati hanno mostrato che l’estratto di M. pulegium non possiede una significativa azione antiossidante, ma è molto efficace nel prevenire la perossidazione lipidica, e quindi danni al fegato in caso di presenza di forte stress ossidativo. Se la somministrazione dell’estratto viene fatta 8 giorni prima della comparsa dei danni e ad alte dosi, l’efficacia è maggiore.

Nel secondo esperimento si è testa la capacità epatoprotettiva dell’olio essenziale di Menta piperita.
Dallo studio è emerso che la capacità antiossidante dell’olio essenziale di M. piperita è inferiore al farmaco a base di estratti di Cardo Mariano, comunemente prescritto; tuttavia, è stata notata la capacità dell’olio essenziale di proteggere l’integrità della membrana plasmatica delle cellule, aumentando la capacità riparativa e rigenerativa del fegato, soprattutto dopo la somministrazione di alte dosi (40 mg/kg).

I risultati dei due esperimenti hanno dimostrato la capacità dell’estratto di M. pulegium e dell’olio essenziale di M. piperita di proteggere il fegato dai danni indotti dall’eccesso di radicali liberi, secondo un meccanismo ancora tutto da scoprire, ma le dosi necessarie per ottenere risultati soddisfacenti sono molto elevate.

Occorrerà effettuare nuovi studi a riguardo e attendere ancora un po’ per avere notizie più approfondite… vi terremo aggiornati!

FEDERICA AIELLO

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